I VOLTI DI TINTORETTO

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Jacopo Robusti, detto il Tintoretto, viene descritto come “il più terribile cervello che abbia mai avuto la pittura”, queste le parole scelte da Giorgio Vasari per il versatile pittore del Cinquecento.
Le Scuderie del Quirinale a Roma ospitano una parte delle sue opere, mostrando la capacità di Tintoretto di passare, con estrema facilità e disinvoltura, da soggetti religiosi ad altri profani.
Il nudo non sconvolge l’anima del pittore, il quale sembra assegnare alla nudità un posto ben preciso e significativo nei suoi quadri. Nella raffigurazione de Il Miracolo, Tintoretto si presenta come un artista rivoluzionario in quelli che sono i fondamenti della pittura, ovvero, il disegno, l’invenzione e il colore. In quest’opera l’unico uomo interamente nudo è lo schiavo, illuminato dalla luce di San Marco intervenuto dal cielo per salvarlo. Il santo, che scende a testa in giù, è l’unico soggetto di cui non si vede il volto. Il Miracolo suscita non poche polemiche, ma anche ammirazione e consensi per il talento dell’artista.

Nel 1541 circa, Tintoretto dà vita ad un’opera molto interessante: La disputa di Gesù con i dottori nel tempio di Gerusalemme. I colori sono tenui, la luce non è affatto intensa e il messaggio sembra chiaro; avendo posto in primo piano un uomo che sfoglia un libro dalle dimensioni esagerate, l’idea sembra quella di voler segnare un distacco tra se stesso e i suoi contemporanei. È possibile che Tintoretto si stesse arrovellando sulla domanda di tutti i tempi: Scienza e/o Religione?

Anche la mitologia trova spazio nelle pitture di Tintoretto. Apollo e Dafne

sembra porsi come emblema dei rapporti uomo-donna che l’artista tende a raffigurare.  Dafne, una ninfa bellissima, viene trasformata in una pianta di alloro per essere salvata dall’amore di Apollo.   Nel quadro è impresso proprio il momento cruciale del contatto tra i due, ovvero quando finalmente il dio riesce a mettere le mani sulla ninfa, di cui, in realtà, tocca solo corteccia e foglie. Entrambi sono rappresentati di schiena, colti nel momento in cui sono più vicini. Il corpo di Dafne, ormai trasfigurato nella pianta d’alloro, non sembra poi allontanare così tanto quello di Apollo che, con il suo poderoso braccio, l’afferra nella speranza di poter ancora guardare quel volto di donna che tanto l’ha affascinato e sedotto fino a portarlo ad un incandescente bisogno d’amore.

Nonostante la bellezza delle donne che Tintoretto raffigura non sia estremamente seducente, sembra che egli racchiuda, nella Donna in generale, l’ardente desiderio e la sfrenata passione che si impossessano dell’uomo e ne fanno un inetto disposto a tutto. In Susanna e i vecchioni, la dama è interamente nuda, spiata da due anziani uomini che la denunciano per adulterio per non essersi concessa loro. Tema affine si trova nella tela di Giuseppe e la moglie di Putifarre; lei divorata dal desiderio di possedere lo schiavo Giuseppe, che resiste audacemente, gli strappa un pezzo delle vesti per dimostrare che l’uomo aveva abusato di lei: Giuseppe viene condannato a morte, ma poi salvato dall’Altissimo.

I temi del tradimento e dell’adulterio, della passione e dell’intrigo si presentano quasi come una costante nelle opere del rivoluzionario Tintoretto.
L’ultima opera dell’artista, dipinta in parte dal figlio, sembra voler segnare la Fine: La deposizione di Cristo nel sepolcro è il quadro con i colori più scuri, non c’è, infatti, luce ed è l’unico in cui ci sono tracce di sangue sul corpo del Cristo. Pochi mesi dopo aver realizzato questa tela, Tintoretto si spegne nel 1594, lasciando un’impronta netta nella storia dell’arte del Cinquecento dovuta alla sua “terribile” genialità.

TINTORETTO
Scuderie del Quirinale, Roma, 25 febbraio – 10 giugno 2012,
a cura di  Vittorio Sgarbi,
commissario Generale Giovanni Morello,
coordinamento scientifico Giovanni C.F. Villa,
testi in mostra di Melania Mazzucco,
foto Jacopo Robusti detto il Tintoretto, Apollo e Dafne, olio su tavola, 1541-1542, Modena, Galleria Estense.

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Autore

Cristiana De Santis

«Mi sono convinto che anche quando tutto è o pare perduto, bisogna rimettersi tranquillamente all’opera, ricominciare dall’inizio. Mi sono convinto che bisogna sempre contare solo su se stessi e sulle proprie forze; non attendersi niente da nessuno e quindi non procurarsi delusioni. Che occorre proporsi di fare solo ciò che si sa e si può fare e andare avanti per la propria via. La mia posizione morale è ottima: chi mi crede un satanasso, chi mi crede quasi un santo. Io non voglio fare né il martire né l’eroe. Credo di essere semplicemente un uomo medio, che ha le sue convinzioni profonde, e che non le baratta per niente al mondo». Antonio Gramsci, Lettere dal carcere.

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