Venezia 82 | Barrio Triste, di Stillz

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Ci sono film che raccontano una periferia e film che cercano di assumere il punto di vista della periferia stessa. Barrio Triste, esordio nel lungometraggio di Stillz, appartiene alla seconda categoria. Non osserva Medellín dall’esterno, né pretende di restituirne un ritratto sociologico. Costruisce piuttosto un regime dello sguardo in cui l’immagine nasce dall’instabilità, dall’urgenza, dalla vertigine di chi vive ai margini della Storia.

Ambientato nella Colombia della fine degli anni Ottanta, il film segue un gruppo di adolescenti che, dopo aver rubato una videocamera, inizia a documentare la propria esistenza. È un gesto semplice, quasi primitivo: appropriarsi di un dispositivo significa appropriarsi anche della possibilità di raccontarsi. Ma la videocamera, in Barrio Triste, non diventa mai uno strumento di testimonianza. Al contrario, trasforma il reale in una materia continuamente deformata, attraversata da interferenze, pixel morti, bagliori improvvisi e presenze che sembrano provenire da un’altra dimensione.

Stillz, formatosi nel linguaggio del videoclip, evita la tentazione di trasferire semplicemente quell’estetica nel cinema. La frammentazione visiva, il montaggio sincopato e l’intensità cromatica non sono esercizi di stile, ma il tentativo di dare forma a una percezione alterata del mondo. Le immagini sembrano consumarsi mentre vengono registrate, come se la violenza del contesto corrodessero anche il supporto che prova a conservarla.

Il film lavora costantemente sul confine tra documento e allucinazione. Le misteriose luci che attraversano il cielo, le deformazioni dello spazio, le figure che emergono dalle ombre non appartengono davvero al fantastico. Sono piuttosto manifestazioni di una realtà che ha smesso di essere leggibile secondo categorie ordinarie. In questo senso, la componente fantascientifica non introduce un altrove, ma radicalizza il presente. L’alieno non arriva dall’esterno: nasce dall’esperienza quotidiana della violenza, dell’abbandono, della precarietà.

È proprio questa sospensione tra realismo e visione a rendere Barrio Triste un oggetto difficile da classificare. Il coming of age, il crime movie, il found footage, il cinema fantastico e il documentario urbano convivono senza mai stabilizzarsi in un genere preciso. Ogni volta che il film sembra trovare un equilibrio, un’immagine lo incrina, aprendo una nuova possibilità percettiva.

Anche il suono svolge un ruolo decisivo. La partitura di Arca non accompagna le immagini: le destabilizza. Frequenze, rumori e pulsazioni elettroniche costruiscono uno spazio acustico in cui il quartiere sembra respirare come un organismo vivente, amplificando la sensazione che ogni elemento del paesaggio sia sul punto di trasformarsi. L’effetto non è quello di una colonna sonora illustrativa, ma di una vera architettura sensoriale.

La scelta di lavorare con giovani interpreti non professionisti rafforza ulteriormente questa impressione. I corpi non sono guidati verso una costruzione psicologica tradizionale; conservano un’opacità che impedisce qualsiasi sentimentalismo. Più che personaggi, sono presenze che attraversano lo spazio del film lasciando emergere, nei gesti e negli sguardi, una forma di verità refrattaria alla rappresentazione convenzionale.

Se esiste un limite in Barrio Triste, è forse la tendenza a privilegiare l’intensità dell’esperienza percettiva rispetto alla progressione drammatica. Alcuni passaggi sembrano deliberatamente sottrarsi allo sviluppo narrativo, insistendo sulla reiterazione di atmosfere e stati emotivi. Ma è una scelta coerente con un cinema che non vuole spiegare un territorio, bensì immergere lo spettatore nella sua instabilità.

Prodotto da EDGLRD, la casa fondata da Harmony Korine, Barrio Triste dialoga inevitabilmente con un certo immaginario contemporaneo fatto di immagini sporche, culture giovanili e dispositivi digitali. Eppure il film trova presto una propria autonomia. Dove molta estetica post-internet tende a trasformare il degrado in superficie, Stillz restituisce all’immagine un peso materiale, una densità emotiva che resiste alla pura fascinazione visiva.

Più che raccontare una generazione perduta, Barrio Triste mette in discussione il modo in cui il cinema continua a guardare le periferie. Non chiede compassione né denuncia. Chiede di ripensare lo statuto dell’immagine quando questa nasce da un luogo che il mondo preferisce non vedere. La videocamera rubata diventa allora qualcosa di più di un espediente narrativo: è un atto di riappropriazione dello sguardo. E forse il film di Stillz comincia proprio lì, nel momento in cui chi è stato a lungo oggetto di rappresentazione decide finalmente di produrre le proprie immagini.

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