
Il cinema di Benny Safdie ha sempre raccontato corpi in stato di collasso. Dai fratelli disperati di Good Time al giocatore compulsivo di Uncut Gems, i suoi personaggi vivono in una tensione permanente, incapaci di distinguere il desiderio dall’autodistruzione. The Smashing Machine, primo film firmato in solitaria dal regista, non interrompe questa traiettoria: la sposta semplicemente dentro un corpo che, almeno in apparenza, sembrerebbe costruito per resistere a qualsiasi urto.
Mark Kerr è stato uno dei pionieri delle arti marziali miste, una macchina da combattimento quando questo sport non aveva ancora assunto la dimensione spettacolare dell’UFC contemporanea. Safdie sceglie però di raccontarlo nel momento in cui quella macchina inizia a incrinarsi. La vittoria non rappresenta il punto di arrivo del racconto, ma il luogo da cui il film prende le distanze. Ciò che interessa al regista è osservare il tempo successivo al trionfo: quando il corpo continua a vincere mentre l’identità ha già cominciato a cedere.
È una scelta che allontana The Smashing Machine dalle convenzioni del biopic sportivo. I combattimenti non sono costruiti come climax spettacolari né come prove eroiche. La macchina da presa resta spesso ai margini dell’azione, osserva più che partecipare, preferendo il volto di Kerr ai colpi che riceve o infligge. L’agonismo perde così la sua funzione narrativa per diventare un rumore di fondo, un rituale ripetitivo che consuma lentamente chi lo abita. Safdie sembra interessato non tanto alla violenza dell’incontro quanto alla stanchezza che inevitabilmente lo segue.
Anche il corpo di Dwayne Johnson subisce una trasformazione sorprendente. Più che un esercizio di trucco prostetico o di imitazione, la sua interpretazione consiste in un progressivo svuotamento della maschera costruita in decenni di star system. L’attore rinuncia alla sicurezza granitica che ha definito il personaggio pubblico di “The Rock” e lascia emergere un uomo incapace di abitare la propria forza. La massa muscolare, che nel cinema commerciale coincide abitualmente con il controllo, diventa qui il segno di una vulnerabilità sempre più evidente.
Safdie filma la dipendenza da antidolorifici senza trasformarla in un semplice percorso morale. Gli oppioidi non sono il punto di origine della crisi, ma il sintomo di un’intera cultura del corpo fondata sulla rimozione del dolore. In questo universo la sofferenza non va ascoltata: va anestetizzata, fino a rendere indistinguibile il confine tra cura e autodistruzione. La vera tragedia di Kerr non consiste nella dipendenza, ma nell’impossibilità di immaginarsi al di fuori della propria funzione di combattente.
Il rapporto con Dawn, interpretata da Emily Blunt, si inserisce nello stesso movimento di logoramento. Safdie evita di utilizzare la relazione come semplice contrappunto sentimentale, preferendo mostrarla come un altro spazio in cui il protagonista fatica a riconoscere sé stesso. L’intimità diventa un terreno fragile quanto il ring, attraversato dalla stessa incapacità di comunicare il dolore prima che questo esploda in gesto o silenzio.
Ciò che rende il film particolarmente interessante è il suo rifiuto dell’enfasi. La regia non cerca mai il momento catartico, la confessione definitiva o la redenzione. Persino la parabola della caduta viene privata di qualsiasi retorica spettacolare. Safdie costruisce invece un cinema dell’attrito, in cui ogni scena sembra consumarsi lentamente, lasciando emergere la fatica dell’esistere più che il dramma dell’evento.
Questa sottrazione può generare una certa distanza. Chi si aspetta la tensione centrifuga dei precedenti film dei Safdie o un racconto sportivo scandito da continue esplosioni emotive potrebbe percepire The Smashing Machine come un’opera volutamente trattenuta. Ma è proprio in questa rinuncia che il film trova una voce autonoma. L’urgenza non nasce più dal movimento incessante della narrazione, bensì dall’osservazione ostinata di un uomo che continua a combattere anche quando ha smesso di sapere perché lo stia facendo.
Più che raccontare la parabola di un campione, The Smashing Machine interroga l’immaginario contemporaneo della forza. Cosa resta di un corpo costruito per vincere quando la vittoria non basta più a definirlo? Safdie non offre risposte consolatorie. Lascia che sia il corpo stesso, attraversato da cicatrici invisibili, a trasformarsi nel luogo in cui il mito della mascolinità invincibile si incrina definitivamente. È lì, in quella frattura, che il film trova la propria dimensione più autentica: non il ritratto di un atleta, ma la dissezione di una macchina costretta, per la prima volta, a fare i conti con la propria irrimediabile umanità.
