Venezia 82 | Lost Land, di Akio Fujimoto

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Lost Land, terzo lungometraggio di Akio Fujimoto, non racconta semplicemente il viaggio di due bambini Rohingya costretti a lasciare un campo profughi in Bangladesh per raggiungere la Malesia: costruisce un’esperienza cinematografica in cui ogni spazio attraversato è già, in sé, una condizione di sospensione. Il confine non è una linea da superare, ma uno stato dell’essere.

Da tempo il cinema di Fujimoto interroga le conseguenze intime delle migrazioni asiatiche. Ma in Lost Land lo sguardo si fa ancora più essenziale. La macchina da presa segue Shafi e Somira restando alla loro altezza, rinunciando a qualsiasi prospettiva onnisciente. Non c’è la volontà di spiegare la crisi dei Rohingya, né di trasformare il film in un dispositivo didattico. La Storia rimane sullo sfondo, percepibile attraverso le sue conseguenze materiali: un’attesa interminabile, un passaggio clandestino, un corpo che dorme all’aperto, una lingua che cambia da una frontiera all’altra.

È una scelta che modifica radicalmente la percezione del viaggio. Per gli adulti ogni tappa è una trattativa con il pericolo; per i due bambini, invece, il mondo continua a essere attraversato anche dal gioco, dalla curiosità, dalla scoperta. Fujimoto evita così la retorica della vittima assoluta. L’infanzia non cancella la violenza del reale, ma introduce una diversa misura del tempo, capace di aprire improvvisi spazi di immaginazione anche dentro la precarietà più estrema. Il film trova qui il suo equilibrio più delicato: mostra la brutalità della migrazione senza trasformare il dolore in spettacolo.

Anche la messa in scena rifiuta qualsiasi enfasi. La fotografia, spesso affidata alla mobilità della camera a mano, non cerca immagini iconiche della sofferenza. Preferisce restare accanto ai corpi, seguirne gli spostamenti, accogliere gli imprevisti. La sensazione è quella di un cinema che si lascia guidare dall’esperienza più che dalla costruzione drammatica. Alcune sequenze sembrano sfiorare il documentario osservativo, ma senza rinunciare alla precisione della finzione. È proprio questa oscillazione a rendere Lost Land un’opera difficilmente classificabile.

Il titolo suggerisce una perdita geografica, ma il film amplia progressivamente il significato di quella sottrazione. La “terra perduta” non coincide soltanto con il paese d’origine. È anche la perdita di un orizzonte simbolico, della possibilità di nominare un luogo come casa. I personaggi attraversano territori che non appartengono loro e nei quali continuano a essere percepiti come corpi estranei. La migrazione, allora, non diventa il movimento da un punto all’altro della mappa, bensì la condizione permanente di chi è costretto a esistere senza un riconoscimento.

In questa prospettiva, Fujimoto compie una scelta etica prima ancora che estetica. Non costruisce il film intorno all’eccezionalità della tragedia, ma attorno alla quotidianità dell’attesa. I gesti più semplici – mangiare, dormire, aspettare una barca, stringere la mano del fratello – assumono un peso politico proprio perché restituiscono ai protagonisti una dimensione ordinaria che il discorso pubblico tende spesso a negare. I rifugiati non sono ridotti a simboli, ma ritrovano la loro irriducibile complessità umana.

Se il film presenta un limite, è forse la scelta di mantenere costantemente la stessa temperatura emotiva. La sottrazione, che costituisce la sua forza principale, rischia talvolta di appiattire il ritmo interno del racconto. Ma è una rinuncia coerente con il progetto di Fujimoto, interessato più alla durata dell’esperienza che alla costruzione della suspense.

Lost Land si colloca così all’interno di quella parte del cinema contemporaneo che continua a interrogare la rappresentazione delle migrazioni senza cedere né al sensazionalismo né alla retorica umanitaria. Fujimoto non pretende di dare voce a un popolo, né di offrire una risposta politica definitiva. Fa qualcosa di più difficile: costruisce uno spazio di visione in cui l’assenza di una patria si traduce in una forma cinematografica. Il viaggio dei due fratelli non cerca una destinazione quanto la possibilità di abitare, almeno per la durata di un’inquadratura, un luogo che non li respinga. Ed è forse proprio questa fragile sospensione a costituire la vera terra ritrovata del film.

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