Venezia 82 | Remake, di Ross McElwee

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Il cinema autobiografico ha sempre coltivato un’ambizione paradossale: trasformare la vita in memoria mentre la vita è ancora in corso. Nel cinema di Ross McElwee questo paradosso coincide con il metodo stesso della sua pratica. Da oltre quarant’anni la macchina da presa accompagna l’esistenza del regista, registra gli affetti, le separazioni, le incertezze, le deviazioni del quotidiano. Remake arriva quando questo dispositivo, apparentemente inesauribile, incontra il suo limite definitivo: la morte del figlio Adrian.

Il titolo promette un rifacimento, ma ciò che il film mette in scena è precisamente l’impossibilità di rifare. Il progetto nasce da una proposta hollywoodiana di adattare Sherman’s March, il capolavoro che nel 1986 ridefinì il documentario autobiografico americano, salvo poi trasformarsi in qualcosa di completamente diverso. Come accade spesso nel cinema di McElwee, il racconto devia, si lascia contaminare dagli imprevisti e finisce per interrogare la realtà che gli sfugge. Questa volta, però, la deviazione non è ironica né sentimentale: è una voragine.

Remake non è soltanto un film sul lutto. È un’opera che mette sotto processo l’intera filmografia del suo autore. Ogni immagine del passato viene riletta alla luce di ciò che lo spettatore ormai conosce. Le riprese domestiche, le vacanze, le discussioni familiari, i momenti apparentemente insignificanti cessano di essere semplici home movies e diventano reperti di un’indagine impossibile. McElwee monta il proprio archivio come se cercasse un dettaglio sfuggito, un’inquadratura capace di spiegare ciò che nessuna immagine ha saputo vedere.

La domanda che attraversa il film è tanto semplice quanto devastante: che cosa registra davvero una cinepresa? L’autore ha trascorso la vita convincendosi che filmare significasse comprendere il mondo. Remake incrina questa certezza. La macchina da presa ha documentato la crescita di Adrian, le sue passioni, le sue inquietudini, perfino il suo avvicinamento al cinema, senza riuscire a intercettare il punto in cui la vita stava silenziosamente deragliando. L’archivio si rivela così insieme prova e fallimento: conserva tutto, ma non spiega nulla.

È qui che il film supera la dimensione confessionale per toccare una questione profondamente cinematografica. McElwee interroga la responsabilità dello sguardo documentario quando l’oggetto filmato coincide con chi si ama. Esiste un confine tra il padre e il regista? Tra la necessità di vivere e quella di trasformare ogni esperienza in immagine? La presenza costante della videocamera appare, retrospettivamente, come un gesto ambiguo: strumento di vicinanza e, allo stesso tempo, possibile distanza. Non è un’autocritica esibita, ma un dubbio che il film lascia aperto, senza cercare assoluzioni.

L’elemento più sorprendente di Remake è forse la sua struttura dialogica. Adrian non rimane soltanto il soggetto del racconto: attraverso le immagini che lui stesso ha girato, il figlio restituisce lo sguardo al padre. Il film smette così di essere un semplice memoriale e diventa un confronto tra due modi di abitare il cinema. Se per Ross filmare è sempre stato un modo per dare ordine all’esistenza, nelle riprese di Adrian affiora invece un’immagine più inquieta, frammentaria, attraversata dalla ricerca di un’identità che la macchina da presa non riesce a stabilizzare.

Non c’è alcuna catarsi. McElwee non trova una verità nascosta nel montaggio, né pretende che il cinema possa elaborare definitivamente il dolore. Al contrario, Remake suggerisce che ogni nuova visione dell’archivio produce domande ulteriori, trasformando il film in un’opera aperta, continuamente riscritta dal tempo. Il montaggio diventa il luogo in cui la memoria continua a negoziare con l’assenza.

In questo senso Remake dialoga con alcune delle esperienze più radicali del cinema diaristico contemporaneo, ma conserva una leggerezza che appartiene solo a McElwee. L’ironia, il pudore, la capacità di lasciare spazio alle esitazioni impediscono al film di trasformarsi in un esercizio di autoanalisi. Anche nei momenti più dolorosi, il regista continua a interrogare il cinema prima ancora di interrogare sé stesso.

Più che un film sulla perdita, Remake è una riflessione sul destino delle immagini. Ogni archivio nasce per trattenere ciò che il tempo cancella; ogni film autobiografico è, in fondo, una scommessa contro l’oblio. McElwee sa che quella scommessa è destinata a essere persa. Eppure continua a montare, a rivedere, a ricomporre frammenti. Non per riportare indietro il passato, ma perché forse è proprio in questa ostinazione che il cinema trova la sua forma più autentica: non salvare ciò che è stato, ma continuare a guardarlo, anche quando non può più rispondere.

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