Giovanna Marini | Sono Pasolini

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dal 27 ottobre all’1 novembre al Teatro India

Produzione Teatro di Roma

Si è conclusa due giorni fa la messa in scena della prima italiana di Sono Pasolini, composizione per coro e voce recitante. Il concerto ha la struttura musicale dell’oratorio – forma duttile di composizione tra lauda e dramma liturgico – basata sul dialogo tra la voce recitante di Enrico Frattoli e il Coro Favorito della Scuola Popolare di Musica di Testaccio. Giovanna Marini introduce il dialogo di coro e recitato attraverso elementi della biografia del giovane Pier Paolo Pasolini.

La forza di questa interazione è nel contrappunto di tre voci dai tempi ben definiti. Oltre al ritmo della partitura queste sono tempi storici: il presente di Marini che racconta al pubblico; il presente del testo letto da Frattaroli I giovani infelici, del ’75 – che apre le Lettere luterane –; e quel presente intesa come pura attualità e incarnata dal coro. Questo registro temporale rappresenta altrettanti piani della narrazione: Frattaroli legge la scrittura spietata di Pasolini sul rapporto tra i padri e i figli della sua generazione, un rapporto già inscritto nella tragedia greca, in cui punizione e condanna si realizzano secondo ferrea necessità; Marini traccia il profilo del giovane Pier Paolo prima del suo arrivo a Roma; il coro, infine, fa vivere la lingua friulana, “lingua adamitica” in cui il suono corrisponde agli oggetti, senza mediazione di metafore che appartengono invece al “degradante italiano medio”, lingua dei figli che, di lì a poco, la generazione successiva ai vent’anni di clerico-fascismo avrebbe assimilato del tutto. La lingua della poesia friulana di Pasolini è intonata da un coro scomposto, che disinnesca la fissità dei cantori in riga, come quell’ordine sacro di ministri di Dio. I cantanti sono mobili, sciolgono le linee a piccoli gruppi, quasi conversano, si guardano negli occhi, spesso anche di spalle al pubblico, camminano, scivolano da un gruppetto all’altro, si raccolgono in formazioni diverse: è un processo osmotico, spontaneo, come di gente che s’incontra per strada o all’uscita da una messa cristiana.

Siamo a Casarsa, tra il ’44 e il ’49, in Friuli. Abbiamo 75 minuti per ripercorrere la guerra (in cui combatteva il padre di Pasolini), la resistenza (in cui morì suo fratello), la sua scuola di guerra in casa di sua madre Susanna Colussi, la campagna elettorale del PC, la sconfitta, la fuga da Casarsa a causa dell’amore di Pasolini per gli uomini.  Il suo lirismo viene affrontato nel concerto dalla puntuale lettura di quel brano delle Lettere luterane, che è un manifesto della condanna irrevocabile pronunciata da Pasolini sia verso la generazione dei padri sia verso la generazione dei figli. Egli è padre, dal momento che vede arrivare quelli nati dopo il regime: «all’età della ragione e il loro destino, quindi, comincia a essere ineluttabilmente quello che deve essere, rendendoli adulti».

La necessaria condanna che colpisce i figli, inscritta nella tragedia greca, per Pasolini ha avuto il senso di un destino tragico in un senso molto particolare. Diversamente dalla tragedia greca, la necessità che si abbatte sui figli del clerico-fascismo è quella della liberazione, cioè della trasformazione della colpa in condanna, della logica in storia. È un esercizio di non-integrazione alle alternative di criminalità o diligenza. È un esercizio d’illuminismo, perché alla fine, la colpa che condividono i padri, e che ha generato la barbarie dei figli è una credenza: «che la storia non sia e non possa essere che storia borghese», cioè orientata dall’idea che la povertà sia il più grande dei mali. Questa credenza separa una storia borghese di gesta e mutamento (politico), da una storia naturale di ripetizione costante, in cui si trovano i figli dei poveri esclusi dal politico e che sono l’esatta reincarnazione dei padri. Secondo questa visione borghese della storia, la possibilità del mutamento non è mai in nostro potere, è sempre dislocata nella narrazione della storia altrui. Anzi, il racconto della storia altrui e l’ambizione a rimuovere la propria storia è quello che contraddistingue il conformismo dei giovani descritto da Pasolini, conformismo che è deliberato assoggettamento all’ultima forma del fascismo, la libertà dei consumi.

Anche Lutero, come Lenin, tradì la parte più debole e numerosa del movimento che sosteneva una svolta rivoluzionaria. Ma il luteranesimo di Pasolini, con il suo presunto tradimento del movimento studentesco del ’68 dalle colonne del Corriere della Sera, rappresenta invece una coerente appropriazione delle ragioni che scavalcavano a sinistra proprio quel movimento.

Pasolini, infatti, metteva in discussione proprio l’uso dei corpi in un movimento di riforma dell’istituzione universitaria, un uso che vedeva allineato con generaliste rivendicazioni di libertà individuale, così vicine al programma di libertà confezionato dal capitalismo dei consumi. E il rifiuto di questa libertà, che restava per lui la mera rivendicazione di essere liberi di conformarsi alla semiotica dei consumi, senza decostruire i rapporti di potere che s’inscrivono nella significazione dei corpi, credo sia il punto di contatto più forte con le ragioni del separatismo femminista, scaturito proprio dal movimento del ’68.

Di contro a questa libertà riformista, la questione che andava invece considerata primaria per Pasolini restava “il rapporto del potere con i corpi di chi gli è sottoposto” (Intervista dal film, Paolini prossimo nostro, di Giuseppe Bertolucci). Per questo la critica di Pasolini ai corpi in rivolta nelle piazze – una “rivolta codificata” dice ne I giovani infelici – certo non era un invito alla pederastia o all’omosessualità come rivendicazione politica. La critica di Pasolini ai corpi in rivolta nelle piazze è l’indicazione precisa di come il potere influisca su chi lo contesta, su chi ragiona “contro” e non al margine, né in autonomia. La narrazione di come il potere funzioni a partire dal proprio corpo è uno sforzo che non può esserci risparmiato, una complicità primigenia. Chi contesta, e chi resta chiuso nel generico sentimento di essere fuori dalla repressione (freudiana, della sessualità) è predeterminato a mostrare sul proprio corpo i segni del dispositivo a cui si è assoggettato. Pasolini faceva vedere questi segni, per poter di converso stabilire che vera repressione è solo quella poliziesca, giuridica, persecutoria, non di certo quella della cultura. La cultura, cioè la lingua e la semiotica del corpo, resta del tutto frutto di una scelta: se accettare l’infelicità e conformarsi alla logica – “alla mancanza di storia” – oppure se vivere l’infelicità come la condanna per la colpa delle azioni dei padri, che ricadendo sui figli, almeno per metà ne fa anche la possibilità di assolvere l’altra metà dalle colpe altrui.

Il tratto poliziesco delle istituzioni italiane – come recentemente messo in luce dall’articolo di Wu Ming apparso sull’Internazionale del 29 ottobre  trova il modo di perpetuarsi anche nella produzione della memoria. Attualmente questo accade con due precise strategie che hanno a che fare con la figura di Pasolini. Esse sono sia l’agiografia eroica, (nelle sue ultime edizioni, trasformate in un brand per lanciare operazioni di gentrificazione urbana, come nel quartiere romano del Pigneto), sia l’uso dei testi di Pasolini per disattivare la portata politica dei movimenti sociali, com’è accaduto sui quotidiani nazionali durante le proteste degli studenti nel 2008. Entrambe queste strategie sono due facce di quel processo di character assassination descritto da Wu Ming che continua a colpire il lavoro ininterrotto di Pasolini sulla biopolitica del nostro paese. Un paese, la cui istituzione borghese, come sapientemente viene riportato da un’asserzione di Moravia, «in quattro secoli ha creato i due più importanti movimenti conservatori d’Europa, cioè la controriforma e il fascismo».

Per questo, il modo più intelligente per restituire l’esperienza del concerto di Giovanna Marini – un’altra figura che ha portato la cultura popolare fino alla capacità di toccare i nodi della politica italiana –, concerto che senza dubbio si costituisce per produrre memoria, non può darsi che come riflessione sulla necessità di declinare a partire da sé il luteranesimo della rivolta ai dispositivi polizieschi. La cultura resta a nostra disposizione, come dimostra la forza con cui Pasolini si posizionava nella riflessione sulla trascendenza, sull’escatologia cristiana, sfidando una finta separazione tra cultura comunista, atea e cultura (demo)cristiana.

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Autore

Mariaenrica Giannuzzi

Mariaenrica Giannuzzi (1989) è nata in Puglia e vive a Roma. Laureata in filosofia alla Sapienza sull’idea di storia naturale nella poesia di Paul Celan, la sua ricerca comprende l’uso politico delle scienze, le teorie della biodiveristà e il pensiero femminista (Iaph – Italia). Ama viaggiare per le isole, camminare nei boschi e arrampicarsi.

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