IL SUONO DEL VICINO ORIENTE

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Tra i tanti movimenti innovativi del jazz mediterraneo, Ibrahim Maalouf si colloca al primo posto delle nuove promesse. Classe 1980, nato in Libano ma residente in Francia a causa della guerra civile, porta con se un bagaglio che spazia dal jazz fino alla musica tradizionale araba. Il multiculturalismo che lo contraddistingue è così rilevante che quasi subito è diventato protagonista nella scena internazionale, soprattutto per una caratteristica tecnica e non solo artistica. Infatti, è anche conosciuto per la sua speciale tromba che gli permette di emulare, insieme alla pedaliera, le dinamiche timbriche arabe. Appassionato e colto come pochi, traspone tutto il suo ribollire musicale nel suo terzo lavoro: Diagnostic, frutto di una ossessiva ricerca della sintesi tra correnti orientali e occidentali.

Maalouf dal vivo, non perde tempo e subito si rivolge al pubblico con un’introduzione che spazia da un suono ed un ritmo apertamente rock venato di fusion e jazz. C’è da aggiungere che la confusione è massima quando si arriva a percepire di essere quasi su due soglie: una metal e l’altra latin.

Subito applauditissimo per la forte personalità (in tuta nera e scarpe bianche da ginnastica quasi fosse un rapper), Ibrahim Maalouf colpisce non solo per il suono corposo e da traversata nel deserto di Obsession, ma anche per il percorso che indica a chi lo ascolta. Si scusa, tra un pezzo ed un altro, dicendo apertamente «questo non è jazz» e sicuramente ha ragione nel prendere una posizione così netta. Di jazz forse ha l’impronta, di fusion forse c’è la voglia di trovare una dimensione più moderna, più sofisticata. C’è anche il rock con i suoi echi dei Led Zeppelin, la musica latina, la musica balcanica. Tuttavia la vitale ventata orientale ha una sua forte identità e viene rivendicata con un impeto che è da brivido sulla schiena. Le dolci note dedicate alla figlia Lily (Will soon be a woman), suggeriscono molto più di una ninna nanna o quei primi passi sotto gli occhi vigili dei genitori. Non è un rag-time, è un raggio di sole che si insinua nelle stanze della propria casa. È l’emozione di un futuro migliore.

La personalità libanese, di dimensione internazionale, va oltre gli istintivi confronti che un occidentale può fare.  Qualcuno scomoderebbe Miles Davis o i Weather Report, ma sarebbe un errore anche pensare che ci sia qualcosa di già sentito. Per fugare ogni dubbio è lo stesso Maalouf che ci scherza sopra fraseggiando in solitaria, costruendo un ipotetico dialogo tra due trombettisti. Quello arabo, con i suoi lampi salmodianti da muezzin, e quello afro-americano, di marca bebop, portato avanti dai grandi nomi americani, Gillespie, Monk, Parker. Viene suggerito che tutte queste persone devono moltissimo alla cultura orientale. Anzi molto spesso dimentichiamo che il tanto decantato “nuovo” è sempre esistito, qui nel vicino oriente.

Ma è così che si gioca l’ambiguità del jazz, cioè un pretesto per fondere, mescolare e confondere chi ha sempre pensato che la musica abbia delle regole e dei confini da non superare.

Maalouf procede con lunghe digressioni esplorando note evocative, immaginifiche,  che portano colori caldi da notte estiva o da spiaggia al tramonto. Per usare parole sue, è musicalmente «schizofrenico, ossessivo», ma teneramente legato alla sua terra anche nel male. Il pezzo di chiusura, Beirut è impregnato di quel male, testimone di una bellezza martoriata dalla guerra civile. Si sentono gli spari, le bombe, la malinconia, la morte, ma l’esplosione finale parla anche di un sentimento di rivincita e di come anche il Libano troverà un suo ruolo non solo musicalmente.

Sabato 19 novembre 2011 – Auditorium parco della musica

Ibrahim Maalouf – tromba
Laurent David – contrabasso
Xavier Rogé – batteria
Frank Woeste – rhodes
François Delporte – chitarra
Youenn Le Cam – biniou, flauto, tromba

http://www.ibrahimmaalouf.com/

Ascolta: Will soon be a woman

Ascolta: Beirut

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