Dante Antonelli I ESSE – Santo Subito –

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Foto Ugo Salerno

Foto Ugo Salerno

di Dante Antonelli
con Gabriele Falsetta
Aiuto regia Domenico Ingenito
Assistente regia Domenico Casamassima
drammaturgia collettiva a cura di Dante Antonelli
ambiente scenico Francesco Tasselli
ambiente sonoro Samovar
opere in videoproiezione Giovanna Cammisa
costumi Claudia Palomba
coordinamento Annamaria Pompili
 
9 Aprile, Carrozzerie n.o.t, Roma

“Sterminio“ è totale. “Sterminio“ è drastico. “Sterminio“ agisce in profondità, entra fulmineo  negli occhi e nella testa dello spettatore e cresce dentro lentamente facendosi spazio con echi di immagini create dalle parole.

 “Sterminio è una commedia radicale“: così definisce Werner Schwab la sua opera, appartenente alla tetralogia Drammi fecali e scritta due anni prima della sua morte, avvenuta in un primo dell’anno  del 1994 per overdose di alcol. La sua ultima opera è dunque un testamento, una dedica a se stesso, al “macroscopico bugiardo“ e al mondo in frantumi che lo circonda. Dante Antonelli con ESSE-SANTO SUBITO raccoglie questo testamento tramite una drammaturgia collettiva, prendendosene cura, maneggiandolo e plasmandolo con abilità assieme a Gabriele Falsetta che dà corpo e voce a due personaggi chiave in Sterminio: Hermann, giovane pittore sciancato e storpio e la Signora Cazzafuoco, diavolessa spregiudicata, proprietaria della palazzina di cemento in cui vive anche Hermann.

Foto Ugo Salerno

Foto Ugo Salerno

L’opera originale ha luogo a Gratz, piccola cittadina austriaca una location, il palco è vuoto, privo di elementi scenografici, i personaggi citano alcuni luoghi comuni italiani solo per far arrivare in modo più diretto e ironico concetti distruttivi e nichilisti – «la spazzatura ti rivelerà chi sei» – , dei campanelli d’allarme senza la minima speranza di essere compresi  e sentiti.  Hermann e Cazzafuoco sono due facce della stessa medaglia, sono dentro ad ognuno di noi, dentro ad ogni ideale detto ad alta voce e non rispettato, sono il nero dentro di noi – «bevo nero, io finisco che quadro me lo ingoio» –, sono il mondo che ci circonda claustrofobico ed egoista – «senza la minima possibilità di un mondo ideale da contrapporre a questo».

Gabriele Falsetta riempie un palco vuoto con un’enorme presenza scenica, costruisce un universo grigio abitato da spettri alienati e alienanti, inquieta, stupisce con il solo uso della voce e del corpo che sia in dialogo aperto (e irriverente) con il pubblico o solo con se stesso. Luci e ambiente sonoro (a cura di Samovar) aiutano l’attore nelle sue metamorfosi, sono un tutt’uno con lui, accentuano le sue parole e sostengono un corpo vivo e vulnerabile, pronto a sterminare e ad essere sterminato.

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Autore

Giulia Chiaramonte

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