Pensieri di Dicembre: REGALO DI NATALE

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Sceneggiatura e Regia Pupi Avati

Fotografia Pasquale Rachini

Scenografia Giuseppe Pirrotta

Montaggio Amedeo Salfa

Musiche Riz Ortolani

Produttore Antonio Avati (Duea Film – DMW Distribuzione)

Cast Carlo Delle Piane, Diego Abatantuono, Gianni Cavina, Alessandro Haber, George Eastman, Gianna Piaz

Paese Italia

Anno 1986

Durata 101’

 

Quattro amici di vecchia data si riuniscono la notte di Natale attorno al tavolo verde da gioco. Sopra il tavolo dispongono le carte da poker che aprono un conflitto sopito da anni. I meccanismi del gioco delle parti si svelano di pari passo con il progredire del gioco che si fa sempre più duro. L’anziano avvocato, Antonio Santelia, sembra uno sprovveduto ma così non è. Egli inizia a dominare sui fragili equilibri del gruppo di amici che si frantumeranno sotto le asfissianti luci del Natale, padrino del regalo più disatteso.

Pupi Avati, con sottile cattiveria e intimo amore per i suoi personaggi, trama ingannevoli percorsi d’inquietudine per poi lasciar risuonare l’eco melanconico dei ricordi d’affetto e d’amore, fra le contorte assoluzioni dei rapporti d’amicizia.

Regalo di Natale non vuole essere un film sul gioco delle carte, non vuole somigliare a classici come La stangata o California Poker, ma piuttosto si pone l’obiettivo d’imbastire un racconto psicologico a più livelli, soprattutto sul piano sociale e su quello sentimentale.

Nella prima parte, l’intreccio si dipana in volute introduttive legate al privato dei personaggi che ricorda il capolavoro di Marco Ferreri La grande abbuffata, poi una volta entrati dentro la villa alla periferia di Bologna, la macchina da presa inizia a muoversi sinuosamente, in maniera morbida, attorno al tavolo e alle sedie dove gli uomini sono seduti, accomodati di fronte alla sfida di una vita, per raccontarli dal di dentro, lasciando spesso da parte gli astuti meccanismi del poker. Quelli che descrive Avati sono personaggi frustrati, che si disperano per problemi di soldi, si lamentano per quelli sentimentali denigrando gli atteggiamenti di certe donne; sono uomini figli degli anni Ottanta, e della nostra epoca fondata sull’apparire; e c’entra poco la provincia che di solito il regista bolognese ama raccontare in maniera minuziosa, accordandosi bene sul frangente favolistico dei sogni e dei rimorsi della fanciullezza.

Al cospetto delle carte incastrate fra le dita delle mani dei soliti giocatori di sempre, Avati prende posizione senza cercare di nascondersi; si sistema nel mezzo degli spazi per celebrare il disagio umano di fronte alle avversità dei numeri, del caso e della fortuna, come filtro per gli ammalati sentimenti.


 

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