Intervista a Silvano Manganaro

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Articolo di: Lucrezia Ercolani

Foto di: Sara Caroselli

Silvano Manganaro è parte della fondazione VOLUME!, un lavoro in via S. Francesco di Sales dove gli artisti si esprimono modificando di volta in volta lo spazio secondo i propri progetti artistici. Sul sito della fondazione troviamo scritto: «Evitare l’effetto “galleria d’arte” a VOLUME! è stato un imperativo prima di tutto morale». Ne abbiamo parlato nel secondo incontro del progetto W.I.P. “Sconfinamenti e confini“, prendendo le mosse da una riflessione su spazi convenzionali e non convenzionali. 

Lucrezia Ercolani: Cos’è la fondazione VOLUME! e quali sono i suoi intenti?

Silvano Manganaro: VOLUME! nasce nel 1997 per volontà di Francesco Nucci – neurochirurgo e collezionista – che, insieme ad un gruppo di artisti e intellettuali, decide di dar vita a uno spazio d’arte che non fosse una galleria commerciale né un luogo fatto semplicemente per ospitare mostre, incontri o altro. Dopo lunghe discussioni è nato VOLUME! che, come recita il suo sottotitolo, è “un lavoro in via san Francesco di Sales”, ovvero un ex laboratorio-appartamento sito al piano terra di un palazzetto a Trastevere che, riportato al grado zero architettonico, di volta in volta si lascia plasmare, trasformare, rimodellare da un artista. Non un ambiente che ospita opere d’arte ma che si fa opera d’arte: da attraversare, esperire, vivere. Quello che conta è la libertà totale dell’artista, e il fatto che chi viene a VOLUME! possa vivere un’esperienza unica in grado di coinvolgere tutti i sensi. Come abbiamo scritto sul nostro sito lo scopo della fondazione è “sostenere l’idea pubblica di cultura, di ripristinare un dialogo con l’arte capace di includere fertili relazioni con altri ambiti intellettuali”. A questa avventura hanno preso parte artisti del calibro di Boltanski, Kounellis, Paladino, Mauri, Oppenheim, Schneider, Morellet, Abramovich, così come artisti più giovani come Jorge Peris, Marina Paris, Olaf e Carsten Nicolai, Dario D’Aronco – quest’ultimo con una mostra che inaugura il prossimo 12 aprile! – Oggi la Fondazione VOLUME! è una realtà che organizza mostre, incontri, dibattiti, eventi, anche fuori dagli spazi di via Sales, nonché un marchio editoriale.

L.E.: Piuttosto che aprire una galleria d’arte, avete scelto di creare uno spazio che diventi esso stesso espressione dell’artista. Non vi riconoscete nelle modalità espositive tradizionali o pensate che sperimentazioni come VOLUME! possano correre parallelamente a progetti dall’impostazione più classica?

S.M.: Non è tanto il problema di riconoscersi o non riconoscersi in modelli espositivi tradizionali. Quello che per noi è importante è puntare sul momento della progettazione e della costruzione di una “mostra”. Ci interessa la fase creativa e la sua concretizzazione attraverso prove ed errori. Il nostro obiettivo non è “esporre cose che si possono vendere”, quindi confronti con una galleria non mi sentirei di farne: ognuno fa il proprio mestiere! Quello che interessava a Francesco Nucci, quando ha acquistato lo spazio di via Sales, era la dimensione abitativa, intima, di quel luogo. A VOLUME! ci si sente “a casa” ed è questo quello che conta, anche per stabilire un rapporto vero e spontaneo con l’arte. Noi seguiamo la nostra strada, convinti però che non ci siano ricette universali.

L.E.: Nell’incontro Sconfinamenti e confini partendo da teatro e performance si è giunti a parlare di spazi convenzionali e non convenzionali. VOLUME! è uno spazio convenzionale che puo’ sconfinare in spazio non convenzionale a seconda dell’opera degli artisti o è pensato per inscriversi proprio in questo confine?

S.M.: Durante il mio intervento ho voluto mettere sul tavolo una questione… E’ da un po’ di tempo che sto riflettendo, cercando di condividere queste mie riflessioni, sui concetti di “site specific” e “luoghi non deputati” o “non convenzionali”. Comincio a credere che, forse, sono parole che hanno perso il loro significato perché ormai inflazionate, prive di quella forza che avevano fino a qualche anno fa. Probabilmente è giunto il momento di fare un ulteriore passo avanti.
L’esempio di VOLUME! è eclatante: non c’è niente di più lontano dal classico “white cube” di una galleria o di un museo -in molti hanno parlato di grotta, catacomba, antro, ecc. – eppure dopo 15 anni siamo diventati una vera e propria “istituzione” con una programmazione di livello museale – ricordo, tra l’altro, che VOLUME! operava già alla fine degli anni novanta, ben prima che aprissero a Roma MACRO e MAXXI. Uno spazio che si lascia plasmare, che sembra una sorta di rudere ma che fa da 15 anni con costanza e continuità attività artistica, come può essere definito?
Quando si parla di spazi non convenzionali e di lavori site specific – e, per certi versi, di “sconfinamenti” – credo sia necessario operare con cautela e, soprattutto, muoversi solamente seguendo “la necessità”. Non ha senso cercare degli spazi “altri” – questo vale per le arti visive così come per il teatro – solo per occuparli momentaneamente con qualcosa che potrebbe essere fatto benissimo in un altro luogo – convenzionale e non. Non amo però il termine site specific perché molto spesso anche le mostre in galleria sono pensate apposta per quello spazio – e così vengono, incredibilmente, pubblicizzate. Il problema, in quei casi, è che le pareti bianche quasi sempre hanno poco da dire o da raccontare!

L.E.: Nel corso dell’incontro si è più volte parlato dell’esigenza di mettere le basi per ricostruire una comunità anche attraverso il teatro. Riconoscete questa funzione all’arte? Se sì, in quale modo si esprime nei progetti portati avanti dalla fondazione?

S.M.: Sicuramente quella artistica, così come quella teatrale, sono delle “comunità”. Quello che noi vorremmo fare è rompere i recinti e, se non fondere, almeno allargare queste comunità. A VOLUME! si è sempre respirato un clima inclusivo, senza scadere nel collettivismo ma mantenendo sempre la propria specificità. Se si lavora bene in queste micro-comunità i riflessi positivi senza dubbio ricadono anche nella comunità in senso lato, quella dei cittadini e della società in generale. Le avanguardie del Novecento ci hanno insegnato che il rapporto arte-vita è estremamente fluido… Sullo sconfinamento tra settori artistici – e quindi incontro di comunità – voglio solo ricordare le recentissime collaborazioni con Teatri di vetro – grazie soprattutto all’attento lavoro che, all’interno della Fondazione, ha portato avanti Silvia Marsano – e la Fondazione Scelsi per quanto riguarda l’ambito musicale.

Infine, tra i progetti più ambiziosi di VOLUME!, c’è la creazione di PARCO NOMADE, un parco destinato ad ospitare dei moduli – una sorta di padiglione-scultura viaggiante – frutto della collaborazione di un artista e un architetto. Questi moduli, inseriti all’interno di una porzione di agro romano che rimarrà ad uso agricolo, sono in grado di essere trasportati facilmente e di andare ad occupare nuovi spazi in Europa e nel mondo. Il terreno esiste già, ed è a un passo da Corviale: un progetto in cui l’arte può essere in grado di riqualificare un territorio, mescolare le carte in tavola, e diventare punto di aggregazione per immaginare nuove comunità.

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Redazione

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