Romaeuropa Festival 2013: Stockhausen/ Boccadoro

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Carlo Boccadoro presenta Natürliche Dauern, ciclo pianistico di 24 pezzi per piano solo, composto tra il 2005 e il 2006 da Karlheinz Stockhausen. Il compositore tedesco, dopo aver terminato Licht (Luce) e prossimo alla sua scomparsa, progetta il Klang (Suono), 24 composizioni, ognuna dedicata a ciascuna ora della giornata e di cui Naturliche Dauern (Durate naturali), dedicato alla terza ora, fa parte.

Romaeuropa Festival: Natürliche Dauern

Artista: Karlheinz Stockhausen, Carlo Boccadoro

Dove: Villa Medici

Quando: 6 ottobre 2013

Guarda e Ascolta: Natürliche Daurn 10

Il compositore tedesco, che viveva nel bosco della foresta nera vicino Colonia, scriveva per l’ora che stava vivendo, per descriverne l’atmosfera. Questo pezzo, scritto per le ore del mattino, è contemplativo ed estremamente rarefatto.

L’introduzione, simpaticamente irriverente di Boccadoro, esorta a «fare come volete, ad ascoltare dalla stanza attigua, a prendere un caffè al bar o a guardare il panorama dalle grandi finestre». Insomma di«godere dell’ascolto come ci pare. Alzarsi e fare due passi, fare pause e poi tornare». Poi racconta la genesi della composizione. Stockhausen, negli ultimi anni della sua vita, riprende a comporre per grandi cicli di scrittura. Dopo Licht un’altra macro struttura, il Klang, in cui il decimo pezzo è Natürliche Dauern, suddivisa a sua volta in 24 pezzi. Un ciclo nel ciclo dunque, la cui caratteristica peculiare è la durata naturale delle note. La durata delle note dipende, ad esempio, dal respiro dell’esecutore, oppure da quanto dura la risonanza nell’ambiente in cui le note o i RIN (strumenti del tempio giapponese) sono suonati: a seconda della pressione che l’esecutore esercita sul tasto del pianoforte varia di conseguenza il ritmo del suono. Boccadoro invita a «godere di una sola nota come di tutta la composizione così come scegliamo di godere della vista di una sola stella o dell’intera galassia».

Comincia l’esecuzione e con essa l’ascolto. Il programma di sala suggerisce di porre attenzione alla «cifra» compositiva, che da un approccio matematico-seriale dei primi anni, attraversando la metafisica del suono, approda al misticismo. Alcuni si alzano, passeggiano, sperimentano diverse geografie di ascolto. Seduti, in piedi, accovacciati in un angolo o fuori dalla stanza. In cielo grosse nuvole nere minacciano i tetti e le cupole delle chiese. L’incedere maestoso delle note e la durata naturale esaspera gli intervalli di ritmo sospendendo i sensi e torcendoli, per poi percuoterli violentemente con tocchi prepotenti. I brividi sconvolgono l’epidermide. Le pause tra le note sono incredibili in quanto a suspense. Tolgono il respiro, accendono l’attenzione intellettuale e sensibile. Entrano nella composizione i rumori cittadini: clacson, urla romane, lo sferragliare delle bici. Così come a Colonia dovevano entrarci richiami degli uccelli, la sega di un boscaiolo o il caffè sulla macchina del gas. I rumori dei passi di chi «vuole vedere come si sente in quell’altra sala». Non è che l’orecchio interno di cui parlava Stockhausen sia l’anima?

Spesso la chiusura delle parti è un contro tempo (anche se ha poco senso parlare di contro tempo), un accento sincopato o un precipitare di tono. Mentre l’intero pezzo è un andare e venire disperso di note. Ecco uno sbrigarsi. Non un veloce, un mosso, un presto ma un cadere, un inciampato, un ventoso, un incisivo. Nuove parole per nuovi caratteri sonori: funebre, squillante, desertico, disconnesso, asmatico, zoppicante e poi ferroso, etereo, lancinante, magmatico, guantato. Stockhausen/Boccadoro gioca il piano (e con i guanti, oltre a proteggersi dal freddo teutonico, si scivola meglio sulla tastiera) per poi finire con lo scivolare sulle corde a smorzarsi nell’infanzia o precipitare all’inferno. A volte l’invasività claustrofobica dell’esecuzione fa montare l’ansia che subito dopo viene placata e rinserrata con pressioni nette e limpide. Altre volte l’esecuzione deraglia i suoni con pressioni doppie, triple, dissonanze, distorsioni naturali. Una (de)composizione che reinventa,
che prevede l’annuncio verbale di cosa si sta facendo:«ascentio», che indossa guanti che frullano la mezza coda e campanelli che si applicano alle dita e che seguono naturalmente l’andamento delle dita che picchiettano velocemente i piani alti della mezza coda.

Chiusura classica che finisce laddove (e l’avverbio di luogo è assolutamente necessario) aveva cominciato. Con la durata delle note corrispondente alla pressione che hanno ricevuto. Quello che sta nel mezzo, oltre ad essere virtuoso è composizione acustica pura.
E semplice ( n o n h o s c r i t t o f a c i l e ).

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Redazione

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