Intervista a Leonardo Delogu

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Articolo di : Giada Boe 

Seguendo in punta di piedi Leonardo Delogu, dietro le quinte del mondo che intende mostrarci, prestiamo attenzione a dove posiamo i nostri passi: è tutto molto fragile.

Il nostro incedere dietro di lui, così come ogni nostro gesto, crea nuovo spazio, scopre radici che avevamo dimenticato sepolte sotto i soffocanti strati della rapidità. Mettiamoci in ascolto e predisponiamo insieme a lui il nostro cuore alla ricezione di quegl’impulsi invisibili e carichi di mistero, per riprendere coscienza e possesso delle nostre energie radicate più in profondità e procedere noi stessi attraverso la frana, senza paura.

Giada Boe: Quale elemento diresti capace di caratterizzare maggiormente la tua ricerca?

Leonardo Delogu: Credo sia la qualità della presenza, l’ascolto, la capacità di abbandonarsi al presente. Metto molta attenzione nella creazione dello spazio (interno ed esterno) che permette la nascita dell’azione. Sono più interessato al silenzio che precede e segue gli avvenimenti, al vuoto tra le cose più che al fatto in sé. Sono attratto dalla qualità dell’invisibile. Questo mi sembra possibile solo strutturando una pratica rigorosa di lavoro sul corpo e sul pensiero, per questo un altro nodo del mio lavoro è il movimento, appoggiato sull’anatomia, sulla fisiologia sulla struttura e sulla sensibilità e la percezione. Quello che cerco è come attraverso il concreto arrivare all’indicibile, come arrivare alla verità del gesto partendo dall’aderenza al presente.

G.B.: Come mai hai trovato la tua materia prima proprio nelle periferie? Perché non altrove?

L.D.: Proprio perché si tratta di un residuo, di quello che resta. Trovo che lì ci siano molte più energie creative che dentro l’ordine organizzato-funzionale dello spazio. Nelle periferie, negli abbandoni, negli spazi in cui l’uomo ha mollato la sua morsa, la vita prende forme più spontanee, la vita è più vicina alla vita. È anche il luogo di chi non ce la fa, di chi si nasconde, di chi sta nell’invisibile. È un luogo di desideri, di passioni, di ombre costanti e luci improvvise. Più in profondità mi sembra essere il luogo in cui oggi sia possibile rintracciare il sacro in un mondo che ha cacciato il sacro da ogni anfratto della vita. Nei luoghi abbandonati ci si entra in ginocchio, in attesa, con la percezione della fine, dell’inatteso, del mistero. Mi sembrano a volte delle grandi cattedrali della modernità dove poter trovare una pausa dal bagliore accecante dei tempi.

G.B.: Durante il seminario hai parlato dell’importanza della ritualità. Perché questa dimensione è così fondamentale?

L.D.: Da un lato perché è la dimensione in cui l’uomo entra in contatto con ciò che non vede ma c’è, con tutto quello che sfugge alla logica. E non parlo di un dio preciso, ma di tutto quell’inspiegabile che permea il mondo. Il rito è il luogo della ricucitura con tutto questo. Gli elementi costitutivi del teatro e del rito sono gli stessi: un corpo in uno spazio di fronte ad uno sguardo. A guardar bene teatro e rito coincidono. E l’uomo ha da sempre costruito dei contesti all’interno dei quali far esplodere il conflitto, per poterlo trasformare in un energia vivificante. Il rito tiene insieme il paradosso dell’umano, la sua divaricazione tra le leggi di natura a cui risponde come essere animale e la legge degli uomini che ha creato per affermarsi. Dentro questo conflitto, oggi alla base di tanto malessere e dolore, l’uomo ha sempre cercato degli strumenti per sopravvivere come singolo e come comunità. Mi interesso del rito perché mi sembra importante recuperare una funzione collettiva e politica del teatro. Ritrovare le radici attraverso i gesti, i segni, le forme.

G.B.: Hai sottolineato la necessità della partecipazione, elemento che va perdendosi nella rapidità che caratterizza i giorni nostri e svilisce ogni cosa. Quale pensi potrebbe essere l’antidoto?

L.D.: Il bisogno di partecipazione mi sembra sia una delle spinte dei nostri tempi anche se abbiamo un grande potere banalizzante. La partecipazione è un processo lungo, faticoso, di mediazione, che comporta il confronto, il discutere, la facilitazione etc. etc. Chi pensa di far partecipazione semplificando e ottenendo rapidamente risultati fa manipolazione non partecipazione. Per questo diffido da chi propone la partecipazione dicendo che è facile e comoda e si fa da casa, su internet. Non è la mia esperienza. Credo che valga per la politica come per l’arte. La nostra cultura, il potere nelle forme della contemporaneità ha la capacità, negativa, di intercettare le questioni che emergono dal sottosuolo, dal pensiero laterale, autonomo, underground per spogliarlo della sua pulsione energetica e vitale, per ridurlo a strumento di consenso. Il concetto di “partecipazione” mi sembra stia subendo la stessa aggressione, come è stato per l’ “ecologia”, lo “sviluppo sostenibile” etc. un processo di normalizzazione esiziale. L’antidoto a questo è farne una pratica quotidiana che dall’etica del sé si espande alla collettività. Mi sembra importante ristabilire una centralità della relazione, dello spazio e del modo in cui si attiva l’incontro tra singolarità. Mi piace pensare che se ridiamo valore alla nostra natura relazionale, se cogliamo il valore costitutivo dell’umano come essere di relazione allora possiamo sperare in una rigenerazione etica comune. Il teatro può essere un buono spazio per sperimentare pratiche innovative. Il teatro è per definizione luogo dell’incontro e della relazione.

G.B.: Parlandoci del tuo lavoro Camminare nella frana hai tristemente osservato come un “camminare nella frana” sia anche un po’ il nostro incedere quotidiano, di questi tempi. Ci parleresti di questo tuo lavoro? Secondo te riusciremo veramente ad uscire da queste macerie?

L.D.: Se uscire dalle macerie significa cancellare il male questo non me lo auguro per nessuna cosa al mondo. Se abbiamo un problema è proprio quello della capacità di sentire il male come parte costitutiva dell’essere. In questo da parte mia non c’è un giudizio di valore. Noto invece, e questo è il senso di Camminare nella frana, che attraversiamo un tempo alla fine, una coda lunghissima – che chissà quanto sarà lunga e chissà quanto sarà violenta – in cui il sistema che conosciamo forse non ha più la possibilità di auto-rigenerarsi. Viviamo al centro dello «splendore delle cose che stanno per finire»  – verso di Mariangela Gualtieri –, ma non ce ne accorgiamo. Ecco allora che il teatro e il rito svolgono la funzione di riconnetterci con un senso profondo delle cose attraverso architetture gestuali, parole, posizionamenti nello spazio, presenze. Il lavoro artistico e politico che mi interessa attraversare oggi è quello di proiettarmi in un nuovo inizio, mettere lì il mio cuore. Questo è il viaggio di King, il progetto che deriva da Camminare nella frana e che avrà luogo quest’estate. Ma per ripartire bisogna riprendere confidenza con le nostre radici, spingerci in profondità verso la terra, per poterci riorganizzare verso l’alto e l’altrove.

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Redazione

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