Intervista a Pablo Mesa Capella

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Pablo Mesa Capella è una personalità poliedrica del panorama artistico romano. Regista di teatro, fotografo, performer, fa di Roma la sede delle sue installazioni, che utilizzano l’esperienza teatrale per sviluppare attraverso le arti figurative, un coinvolgimento emotivo e sinestetico tra opera e pubblico, in tutte le sue sfumature e complessità.

Galleria fotografica “Cartes de Visite”

Valentina Cucchiaroni: Qual è stata la tua formazione artistica? Che tipo di studi hai compiuto per avvicinarti all’arte contemporanea?

Pablo Mesa Capella: Sono laureato in Regia Scenica e Drammaturgia presso la Scuola d’Arte Drammatica di Malaga. Per 4 anni mi sono formato nell’ambito della scena teatrale, acquisendo conoscenze nel disegno di luce, nella scenografia, nella danza e nella drammaturgia. Grazie a queste capacità, è nata la passione per l’arte installativa. Le mie installazioni partono infatti dall’esperienza teatrale per sviluppare, attraverso le arti figurative, un coinvolgimento emotivo e anche estetico tra opera e pubblico, in tutte le sue sfumature e complessità.

V.C: Ho molto apprezzato il tuo lavoro “Cartes de Visite. Materia sensibile”:  è la dimostrazione della tua straordinaria capacità di afferrare il reale attraverso il mezzo fotografico.  Che cosa significa per te fare fotografia? Pensi che il clima culturale di Roma sia in grado di apprezzare tale tipo di arte?

P.M.C: In questo lavoro più che fare fotografie utilizzo quelle già fatte, tanto tempo fa, come prezioso materiale di lavoro per creare le mie installazioni. Sono fotografie che ho trovato sparse nei mercatini di Europa, appartenenti alla  fine ‘800 e primo ‘900, chiamate Cartes de visite, per il loro formato di scambio: si utilizzavano infatti come carta di presentazione e di scambio fra le persone. Verso queste fotografie sento come se avessi una responsabilità, perche le vedo come piccoli frammenti di vita che rappresentano tutti insieme una memoria collettiva con la quale ognuno di noi può sentirsi identificato. Ogni immagine fotografica con la quale lavoro è infatti un’immagine unica: c’è una parte documentativa quando osserviamo i vestiti, i volti, gli oggetti raffigurati ma anche una parte importantissima emotiva, della quale bisogna prendersi cura. Penso che Roma sia una città precisamente cimentata nella memoria per la sua lunghissima storia, quindi quale città migliore per rappresentare il mio lavoro? Quando penso ad un’installazione, rifletto sul modo attraverso cui coinvolgere i visitatori: voglio farli partecipe di un’esperienza unica; non penso se una città, uno spazio, un luogo o un pubblico determinato siano in grado di apprezzare il lavoro. Mi interessa soprattutto la messa in gioco, sfidare il pubblico: è il momento esatto in cui trovo il fascino di questa sperimentazione.

V.C:  Quali progetti hai in mente nell’immediato futuro?

P.M.C: Voglio continuare a sviluppare questo progetto, perche ogni spazio, ogni realtà, ogni storia è diversa; è un lavoro che diventa qualcosa di nuovo ogni volta che viene realizzato. E non dobbiamo mai dimenticare che ci sono sempre le persone, che hanno qualcosa da dire, da raccontare, che vogliono essere ascoltate. È una esperienza camaleontica, dato che si adatta a qualsiasi realtà.

Per il momento, quindi, voglio continuare a sperimentare l’ambito della memoria e dell’immagine; è un tema che interessa tutti e che è sempre attuale. 

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Autore

Valentina Cucchiaroni

Caporedattrice della sezione Arte di Nucleo Artzine, appassionata della scena artistica contemporanea, ha studiato filosofia teoretica alla Sapienza di Roma.

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