Cannes 78 | Que ma volonté soit fait, di Julia Kowalski

0

Con Que ma volonté soit fait Julia Kowalski torna a Cannes e ribadisce, con una coerenza quasi ferrea, la sua idea di cinema come organismo infestato: un corpo filmico che respira fango, religione e desiderio, e che non smette mai di contaminarsi con il mito. Presentato alla Quinzaine des Cinéastes, il film si impone fin da subito come una delle opere più radicali e spiazzanti di questa edizione, sospesa tra folk horror, dramma rurale e allegoria del femminile represso.

Al centro, Nawojka (Maria Wróbel), giovane contadina di origine polacca trapiantata nella campagna francese, vive schiacciata tra un ordine patriarcale familiare quasi primordiale e un’eredità oscura che la lega alla madre morta in circostanze tragiche. Kowalski costruisce attorno a lei un mondo di silenzi densi, corpi animali, terra umida e segni religiosi che sembrano più invocazioni che preghiere. L’arrivo di Sandra (Roxane Mesquida), figura liminale e perturbante, non fa che amplificare una tensione già pronta a esplodere, o forse a implodere.

Il film si muove però contro ogni aspettativa di catarsi. Se l’horror contemporaneo tende alla deflagrazione, Kowalski sceglie invece la sottrazione: le crisi, le visioni, i sussulti di Naw non conducono mai a un’esplosione definitiva, ma a un progressivo slittamento percettivo. È un cinema che trattiene, che sospende, che lavora per accumulo più che per shock, e che proprio in questa scelta trova la sua inquietudine più profonda.

La regia, girata con un rigore quasi tattile, insiste su una materia organica che diventa linguaggio: il corpo femminile come campo di battaglia, la natura come estensione del trauma, la ruralità come spazio di rimozione e repressione. In questo senso, Que ma volonté soit fait si inscrive in una linea di “elevated horror” europeo che guarda tanto a certo cinema A24 quanto a una tradizione più viscerale e sporca, ma senza mai aderire completamente a nessuna delle due.

Eppure, la forza del film è anche il suo limite: l’ibridazione continua tra realismo sociale e mitologia esoterica, tra racconto di formazione e possessione simbolica, produce talvolta una densità che rischia l’opacità. Kowalski sembra più interessata a evocare che a spiegare, e questo lascia lo spettatore in uno stato di costante disorientamento, che può essere tanto fertile quanto respingente.

Resta però l’impressione di un’opera che lavora per stratificazioni sotterranee, dove il tema del desiderio femminile non è mai semplice emancipazione ma forza ambigua, quasi mostruosa, capace di sovvertire l’ordine naturale delle cose. In questo senso, il film non “racconta” il soprannaturale: lo lascia emergere come sintomo.

Alla fine della proiezione cannoise, ciò che rimane non è una storia ma una sensazione persistente: quella di un cinema che non vuole rassicurare, ma contaminare. E che proprio per questo si impone come una delle proposte più radicali e discusse della Quinzaine 2025.

Print Friendly, PDF & Email
condividi:
   Send article as PDF   

Autore

Avatar

Lascia un Commento

Continuando ad utilizzare il sito, l'utente accetta l'uso di cookie. Più info

Le impostazioni dei cookie su questo sito sono impostati su "consenti cookies" per offrirti la migliore esperienza possibile di navigazione. Se si continua a utilizzare questo sito web senza cambiare le impostazioni dei cookie o si fa clic su "Accetto" di seguito, allora si acconsente a questo.

Chiudi