
Ci sono film che inseguono una storia e film che inseguono uno stato d’animo, e Le città di pianura appartiene con ostinazione alla seconda categoria, costruendo un cinema che sembra avanzare per deriva, per ebbrezza, per accumulo di incontri e deviazioni, come se la forma stessa del racconto fosse contaminata dall’alcol che attraversa i suoi protagonisti, ma anche da una malinconia più profonda, sotterranea, che riguarda il tempo, l’amicizia e la difficoltà di immaginare un futuro. Francesco Sossai realizza un road movie che è solo apparentemente anarchico, perché dietro la sua andatura sgangherata si nasconde una precisione sorprendente nello sguardo, una capacità rara di catturare un territorio – il Veneto delle provinciali, dei bar notturni, delle stazioni di servizio – trasformandolo in un paesaggio mentale prima ancora che geografico, un luogo in cui il movimento non produce progresso ma sospensione, un eterno presente in cui si continua a cercare “l’ultimo bicchiere” senza mai raggiungerlo davvero.
Il film segue due uomini ai margini, Carlobianchi e Doriano, che trascinano con sé un giovane studente di architettura in un viaggio senza meta, ma è proprio questa assenza di direzione a diventare il cuore pulsante del racconto: non c’è un obiettivo, non c’è una vera trasformazione narrativa, eppure qualcosa cambia continuamente, impercettibilmente, come se il senso emergesse non dagli eventi ma dalla loro ripetizione, dal loro accumularsi, da quella strana forma di tempo dilatato che il film riesce a costruire. In questo senso, Le città di pianura si inserisce in una tradizione riconoscibile – il road movie italiano, certo, ma anche una linea che va da Dino Risi a Aki Kaurismäki – per poi deviarla, svuotarla, renderla più fragile e insieme più libera, come se Sossai prendesse un modello classico e lo lasciasse evaporare dall’interno, sostituendo alla traiettoria lineare una costellazione di momenti erratici.
Quello che colpisce è la straordinaria vitalità dei corpi e delle presenze: il film vive innanzitutto nei volti e nei gesti dei suoi attori, nella loro capacità di abitare uno spazio che sembra insieme reale e leggermente fuori asse, come se ogni scena fosse attraversata da un margine di improvvisazione o comunque da una libertà che sfugge al controllo rigido della scrittura. I due protagonisti non sono mai semplicemente figure comiche o grottesche: sono residui di un mondo che non esiste più, ma che continua a sopravvivere nelle loro abitudini, nei loro rituali, nella loro ostinazione a restare dentro un presente che non li vuole più. Accanto a loro, il personaggio del giovane Giulio diventa il punto di contatto con un’altra possibilità, non tanto una via d’uscita quanto uno sguardo diverso, ancora in formazione, che il film osserva senza mai giudicare, lasciando che sia lo spettatore a cogliere le trasformazioni minime che attraversano il suo percorso.
La struttura narrativa, volutamente dispersiva, potrebbe apparire come una debolezza, soprattutto nella sua tendenza a riaprire continuamente piste che non vengono mai chiuse, ma è proprio in questa scelta che si definisce la radicalità del film: Le città di pianura rifiuta l’idea stessa di compimento, preferendo una forma aperta, instabile, che restituisce con grande precisione la sensazione di un’esistenza sospesa, di una generazione che si muove senza direzione dentro un paesaggio che è al tempo stesso familiare e svuotato. Il viaggio non è mai davvero un viaggio, ma una serie di ritorni, di deviazioni, di soste, in cui ogni luogo sembra assomigliare al precedente e allo stesso tempo portare con sé una variazione minima, sufficiente però a produrre uno scarto emotivo.
Eppure, sotto questa superficie apparentemente leggera e disordinata, il film costruisce qualcosa di sorprendentemente preciso: un ritratto generazionale e territoriale che riesce a essere profondamente locale e insieme universale, capace di parlare di amicizia, di fallimento, di desiderio e di tempo senza mai ricorrere a dichiarazioni esplicite, ma lasciando che siano i dettagli, gli spazi, i silenzi a costruire il senso. È un cinema che si fida delle proprie immagini e dei propri tempi, che accetta il rischio della dispersione pur di non tradire la verità fragile che sta cercando di catturare.
Le città di pianura è, in definitiva, un film che ho amato moltissimo proprio per questa sua capacità di essere insieme sgangherato e lucidissimo, libero e profondamente consapevole, leggero e attraversato da una malinconia persistente. Un’opera che sembra muoversi senza direzione ma che in realtà sa esattamente dove guardare, restituendo un pezzo d’Italia raramente visto con questa intensità e questa grazia irregolare, e dimostrando come, anche dentro il disordine apparente, possa ancora esistere una forma di precisione emotiva capace di lasciare il segno.
