Cannes 78 | Exit 8, di Kawamura Genki

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Ci sono film che costruiscono mondi e film che costruiscono dispositivi, e Exit 8 appartiene con radicalità alla seconda categoria, un’opera che prende un’idea elementare – un corridoio della metropolitana che si ripete all’infinito – e la trasforma in un’esperienza percettiva e mentale di straordinaria precisione, dimostrando come il cinema possa ancora reinventarsi partendo da vincoli estremi, da una povertà apparente che diventa invece la condizione stessa della sua ricchezza. Genki Kawamura, al suo passaggio a Cannes 2025, realizza un film che è insieme horror, esperimento formale e riflessione sull’atto del guardare, costruendo una narrazione che non procede per sviluppo ma per iterazione, per variazioni minime che costringono lo spettatore a rimettere continuamente in discussione ciò che crede di aver visto. Il protagonista – un uomo senza nome, intrappolato in questo spazio neutro e asettico – non è tanto un personaggio quanto un punto di vista, una funzione percettiva che coincide progressivamente con quella dello spettatore, chiamato a osservare ogni dettaglio, a cercare l’anomalia, a distinguere il reale dal suo scarto, in un meccanismo che trasforma la visione in una forma di partecipazione attiva, quasi ludica, ma attraversata da un’inquietudine crescente.

La struttura, fedele all’idea originaria del videogioco da cui è tratto, si basa su una ripetizione ossessiva che non è mai identica a sé stessa: ogni passaggio introduce una variazione, un errore, una crepa, e da questa logica minimale nasce una tensione sorprendentemente intensa, perché il film lavora su una soglia sottilissima tra il visibile e l’impercettibile, tra ciò che cambia e ciò che sembra restare uguale. Il corridoio diventa così uno spazio mentale prima ancora che fisico, un purgatorio contemporaneo in cui il tempo si avvolge su sé stesso come una striscia di Möbius, trasformando il movimento in immobilità e la progressione in stasi.

Ma sarebbe riduttivo leggere Exit 8 soltanto come esercizio di stile o come brillante adattamento: ciò che emerge con forza è una dimensione più profondamente esistenziale, che attraversa il film senza mai dichiararsi apertamente, legata al senso di colpa, alla paura della responsabilità, alla paralisi di fronte a una scelta che potrebbe cambiare tutto. L’idea stessa di “uscita” diventa allora ambigua, quasi irraggiungibile, e il percorso del protagonista assume i contorni di una crisi identitaria, di un confronto con sé stesso che si riflette nelle anomalie dello spazio, come se il corridoio fosse una proiezione della sua coscienza.

La forza del film sta anche nella sua capacità di ibridare linguaggi senza mai dichiararlo esplicitamente: Exit 8 non è solo cinema che guarda al videogioco, ma è un tentativo riuscito di costruire una forma intermedia, in cui la logica interattiva viene tradotta in grammatica cinematografica, facendo sì che ogni inquadratura diventi una sorta di enigma visivo, una prova da superare. In questo senso, il film riesce dove molte altre trasposizioni falliscono: non si limita a raccontare il gioco, ma ne restituisce l’esperienza, quella sensazione di attenzione continua, di frustrazione e scoperta, di immersione totale in un sistema di regole tanto semplice quanto implacabile.

È evidente che una costruzione così rigorosa comporti anche un rischio di saturazione: la ripetizione, portata avanti fino alle estreme conseguenze, può generare una sensazione di stallo, di chiusura, come se il film stesso fosse prigioniero del proprio dispositivo. Ma Kawamura riesce a evitare questa trappola introducendo scarti improvvisi, deviazioni inattese, momenti in cui il sistema sembra incrinarsi, aprendo a una dimensione più emotiva e perturbante che rilancia continuamente l’esperienza.

Exit 8 è, in definitiva, un film sorprendente, uno dei rari casi in cui il minimalismo non è una limitazione ma una forma di radicalità, un modo per riportare il cinema a una dimensione primaria, quasi elementare, fatta di spazio, tempo e percezione. Un’opera che trasforma un corridoio anonimo in un luogo di vertigine e di pensiero, e che dimostra come, anche dentro una struttura apparentemente chiusa e ripetitiva, possa emergere un’esperienza viva, inquieta, profondamente contemporanea. Un film che non si limita a intrattenere o a spaventare, ma che costringe a guardare meglio, a dubitare di ciò che si vede, e in questo gesto semplice e radicale ritrova una delle funzioni più autentiche del cinema.

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