Cannes 78 | Bono: Stories of Surrender, di Andrew Dominik

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C’è sempre stato, nella figura di Bono, qualcosa di eccedente, di inevitabilmente teatrale, come se ogni gesto, ogni parola, ogni canzone fosse già pensata per una scena, e Bono: Stories of Surrender prende questa natura e la porta alle sue estreme conseguenze, trasformando un one-man show in un oggetto cinematografico che è insieme confessione, performance e costruzione consapevole di sé, un film che non cerca mai di smascherare il personaggio ma piuttosto di attraversarlo, di abitarlo fino in fondo, accettandone le contraddizioni, le ambiguità, perfino le pose. Andrew Dominik, che già aveva lavorato sulla figura di Nick Cave, trova qui un terreno ideale per proseguire la sua riflessione sul rapporto tra immagine e presenza, tra autenticità e rappresentazione, costruendo un film che si muove interamente dentro uno spazio chiuso – il palco – ma che riesce paradossalmente ad aprirsi a una dimensione molto più ampia, quella della memoria e del mito personale.

Il punto di partenza è noto: lo spettacolo teatrale nato dall’autobiografia Surrender, ma ciò che il film fa non è semplicemente registrarlo, bensì reinventarlo attraverso un uso rigoroso e insieme estremamente espressivo del bianco e nero, della luce, del montaggio, trasformando la scena in un luogo mentale, quasi astratto, in cui il tempo si stratifica e i ricordi assumono una forma concreta, tangibile. La vita di Bono viene raccontata come una serie di quadri, di frammenti che oscillano continuamente tra il privato e il pubblico, tra l’infanzia a Dublino e la costruzione della figura globale della rockstar, ma ciò che emerge con più forza è la centralità della perdita, in particolare quella della madre, come ferita originaria che continua a risuonare in tutto il racconto, dando alle canzoni – anche le più celebri – una dimensione inattesa, più fragile, più scoperta.

Dominik lavora in sottrazione e insieme in amplificazione: sottrae il contesto spettacolare degli U2, elimina la band, riduce l’accompagnamento musicale a pochi strumenti, ma allo stesso tempo amplifica la presenza del corpo e della voce, facendo sì che ogni gesto, ogni inflessione, ogni pausa acquisti un peso specifico enorme. Il risultato è un film che vive interamente sulla tensione tra intimità e costruzione, tra confessione e messa in scena, e che trova la sua forza proprio nel non risolvere mai questa ambiguità. Bono racconta sé stesso, certo, ma lo fa sempre come performer, come narratore consapevole della propria immagine, e il film non tenta mai di separare l’uomo dal personaggio, perché è proprio nella loro sovrapposizione che si gioca tutto.

Quello che sorprende è la capacità del film di evitare il rischio più evidente, quello dell’autocompiacimento: pur partendo da una figura così ingombrante e potenzialmente retorica, Stories of Surrender riesce a costruire una forma di intimità reale, non perché riveli qualcosa di completamente nuovo, ma perché riorganizza ciò che già conosciamo in una struttura emotiva più coerente, più esposta, più vulnerabile. La relazione con il padre, il senso di colpa, la tensione tra fede e celebrità, tra impegno politico e vita privata: tutto viene rimesso in circolo, ma senza mai diventare dichiarazione programmatica, piuttosto come un flusso continuo di parole e musica che si sostengono a vicenda.

È evidente che il film non può essere universale nel senso più immediato: chi rifiuta la figura di Bono difficilmente troverà qui un motivo per cambiare idea, perché il film non ridimensiona il suo ego, lo riorganizza; non lo nega, lo mette in forma. E tuttavia, anche in questa dimensione potenzialmente divisiva, emerge qualcosa di più profondo, una riflessione sul bisogno stesso di raccontarsi, di costruire una narrazione della propria vita che sia in grado di darle senso, di trasformarla in qualcosa di condivisibile.

Bono: Stories of Surrender è un film che ho amato moltissimo proprio per questa sua capacità di stare in equilibrio tra controllo e abbandono, tra forma e fragilità, tra spettacolo e confessione. Un’opera che non nasconde la propria natura teatrale ma la rilancia, la trasforma in linguaggio cinematografico, dimostrando come il cinema possa ancora essere uno spazio di reinvenzione della presenza, un luogo in cui anche una figura iper-esposta come Bono può apparire, per un attimo, sorprendentemente vicina, quasi disarmata.

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