Cannes 78 | Sentimental Value, di Joachim Trier

0

C’è nel cinema di Joachim Trier un movimento sempre più evidente verso l’interno, come se ogni film fosse un tentativo di sottrarre il racconto alla superficie del presente per farlo collassare dentro le pieghe della memoria, e Sentimental Value rappresenta il punto più compiuto e al tempo stesso più fragile di questa traiettoria, un’opera che abbandona l’energia irregolare e centrifuga dei lavori precedenti per costruire un dispositivo molto più raccolto, quasi sommesso, interamente giocato sulla tensione tra arte e vita, tra rappresentazione e impossibilità di dire davvero ciò che conta. Il film si organizza attorno al ritorno di un padre – regista affermato e figura insieme carismatica e profondamente egoista – nella vita delle due figlie, dopo anni di assenza e subito dopo la morte della madre, ma questa situazione apparentemente melodrammatica viene continuamente deviata, spostata, rifratta attraverso il cinema stesso, perché il gesto che riattiva il conflitto è la volontà dell’uomo di trasformare la propria storia familiare in un film, chiedendo alla figlia maggiore di interpretarlo, come se la finzione potesse sostituirsi alla realtà o, più precisamente, correggerla. In questo cortocircuito tra biografia e messa in scena, Sentimental Value trova la sua materia più viva: non tanto il racconto di una riconciliazione, quanto l’analisi ostinata dei dispositivi attraverso cui la riconciliazione viene tentata, fallita, rimandata o simulata.

Trier costruisce il film come un sistema di eco, in cui gli spazi – soprattutto la casa familiare, attraversata da crepe visibili e invisibili – funzionano come contenitori di tempo, luoghi in cui il passato non è mai davvero passato ma continua a esercitare una pressione sotterranea sui corpi e sui gesti, mentre la narrazione procede per accumulo di frammenti, di ricordi, di tensioni non risolte che riaffiorano senza mai trovare una forma definitiva. In questo senso il film si avvicina più a una struttura mentale che a un racconto lineare, seguendo una logica emotiva piuttosto che causale, in cui i rapporti tra i personaggi si ridefiniscono continuamente, sfuggendo a qualsiasi semplificazione psicologica. Al centro di questo sistema si impone la figura di Nora, interpretata da Renate Reinsve, che costruisce un personaggio tutto giocato sulla trattenuta, sulla difficoltà di esprimere ciò che la attraversa, trasformando ogni silenzio in una zona di attrito, ogni esitazione in un segnale di una frattura più profonda. Accanto a lei, Stellan Skarsgård dà corpo a un padre che incarna in modo quasi esemplare l’ambiguità dell’artista: capace di una sensibilità acutissima quando si tratta di trasformare la vita in cinema, ma incapace di abitare quella stessa sensibilità nei rapporti reali, come se la creazione fosse insieme un atto di comprensione e una forma di fuga.

Il film si muove così su un equilibrio estremamente sottile, alternando momenti di ironia quasi caustica a passaggi di una malinconia più scoperta, senza mai cedere completamente né all’uno né all’altro registro, ma mantenendo una tonalità intermedia che può apparire, a tratti, volutamente anestetizzata, come se Trier cercasse di evitare ogni eccesso emotivo per lasciare emergere una forma di verità più sfuggente, meno immediata. È proprio questa scelta a rendere Sentimental Value un oggetto tanto affascinante quanto problematico: da un lato la sua delicatezza, la sua capacità di lavorare sulle microvariazioni emotive e sui non detti produce un effetto di profondità che si sedimenta lentamente, dall’altro questa stessa misura rischia di trasformarsi in distanza, in una sorta di rarefazione che attenua l’impatto immediato delle situazioni, lasciando la sensazione che il film trattenga costantemente qualcosa, che si sottragga al momento in cui potrebbe davvero esplodere.

Eppure è proprio in questa esitazione che si definisce il senso più profondo dell’opera: Sentimental Value non è un film sulla riconciliazione, ma sulla sua rappresentazione, sul bisogno – forse illusorio – di mettere in scena il perdono per renderlo possibile, o almeno pensabile. Il cinema diventa allora uno spazio ambiguo, insieme terapeutico e manipolatorio, in cui i personaggi cercano di riscrivere il proprio passato senza mai riuscire a possederlo davvero. Trier non offre soluzioni né catarsi definitive, ma costruisce un dispositivo che interroga continuamente il rapporto tra memoria e finzione, tra autenticità e performance, lasciando emergere una verità instabile, fatta di tentativi, di approssimazioni, di gesti incompleti. Ne risulta un film che non colpisce frontalmente ma lavora in profondità, che cresce nel tempo più che nell’immediato, e che trova nella sua stessa fragilità – nella sua riluttanza a chiudere, a definire, a risolvere – la forma più coerente del proprio discorso.

Print Friendly, PDF & Email
condividi:
   Send article as PDF   

Autore

Avatar

Lascia un Commento

Continuando ad utilizzare il sito, l'utente accetta l'uso di cookie. Più info

Le impostazioni dei cookie su questo sito sono impostati su "consenti cookies" per offrirti la migliore esperienza possibile di navigazione. Se si continua a utilizzare questo sito web senza cambiare le impostazioni dei cookie o si fa clic su "Accetto" di seguito, allora si acconsente a questo.

Chiudi