Cannes 78 | O agente secreto, di Kleber Mendonça Filho

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C’è nel cinema di Kleber Mendonça Filho una tensione costante tra memoria e immagine, tra archivio e invenzione, e O agente segreto rappresenta forse il punto più complesso e stratificato di questo percorso, un film che si presenta come thriller politico per poi disgregarsi progressivamente in un labirinto percettivo dove la Storia non è mai un dato ma una costruzione instabile, continuamente riscritta e contaminata. Ambientato nel Brasile della dittatura militare, il film segue la traiettoria di un uomo costretto alla clandestinità, ma il racconto rifiuta qualsiasi linearità o adesione alle convenzioni del genere: l’inseguimento, la fuga, la sorveglianza non sono che superfici narrative dietro cui si apre un sistema molto più complesso di relazioni tra immagini, suoni e memorie che non coincidono mai del tutto. Mendonça Filho lavora per accumulo e frizione, costruendo un dispositivo che alterna registri e materiali eterogenei – documenti sonori, frammenti visivi, ricostruzioni, testimonianze indirette – senza mai ricondurli a una sintesi pacificata, ma lasciandoli invece in uno stato di tensione permanente, come se il film stesso fosse attraversato dalla stessa instabilità che caratterizza il periodo storico che racconta.

La dittatura non è rappresentata soltanto come contesto politico ma come condizione sensoriale, come deformazione dello sguardo e dell’ascolto, come impossibilità di distinguere nettamente tra ciò che è reale e ciò che è già filtrato, manipolato, perduto. In questo senso, O agente segreto si allontana tanto dal thriller classico quanto dal film storico tradizionale, scegliendo una forma più ambigua e stratificata in cui la suspense non nasce dalla risoluzione dell’intreccio ma dalla progressiva erosione di ogni certezza, dalla sensazione che ogni immagine contenga già il proprio contrario. Al centro di questo sistema si impone la presenza di Wagner Moura, che costruisce un personaggio trattenuto, opaco, mai completamente decifrabile, la cui interiorità resta in gran parte inaccessibile e proprio per questo diventa il punto di condensazione di tutte le tensioni del film: più che un protagonista, una figura che attraversa il racconto portandosi addosso le contraddizioni di un’intera epoca. La scelta di frammentare la narrazione e di moltiplicare i livelli temporali introduce una distanza ulteriore, trasformando la vicenda individuale in oggetto di indagine e insieme in enigma irrisolvibile, come se il film volesse continuamente ricordare che ogni tentativo di ricostruzione è inevitabilmente parziale.

Questa ambizione, tuttavia, comporta anche un rischio evidente: la proliferazione dei materiali e dei registri tende a rendere l’opera diseguale, a tratti eccessiva, con passaggi in cui la densità concettuale sembra sovraccaricare la tenuta narrativa, producendo una sensazione di dispersione che può apparire come perdita di controllo. Eppure è proprio in questa eccedenza che il film trova la sua forma più autentica, rifiutando la compattezza e l’equilibrio per restituire invece un’esperienza più instabile e perturbante, in cui lo spettatore è chiamato non tanto a comprendere quanto a orientarsi tra tracce incomplete, a confrontarsi con la fragilità stessa della memoria e delle immagini. O agente segreto è dunque un’opera che non cerca di chiarire ma di complicare, che non offre risposte ma insiste sulle domande, trasformando il thriller politico in un dispositivo di riflessione sulla sopravvivenza delle immagini e sul modo in cui la Storia continua a inscriversi, in modo irregolare e spesso contraddittorio, nel presente.

 

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