
C’è qualcosa di profondamente irrisolto, quasi programmaticamente irrisolto, in Eddington. Non solo nel suo racconto – disseminato di piste, deviazioni, accumuli – ma nel gesto stesso di Ari Aster, che abbandona l’horror simbolico dei film precedenti per confrontarsi frontalmente con il presente, scegliendo il 2020 come campo di battaglia e la forma del western come dispositivo di detonazione.
Il risultato è un film che si muove costantemente sul crinale tra ambizione e dispersione.
Ambientato in una cittadina del New Mexico durante la pandemia, Eddington mette in scena un conflitto che è insieme politico, personale e profondamente patologico: quello tra lo sceriffo interpretato da Joaquin Phoenix e il sindaco di Pedro Pascal. Ma, come notato da più parti nella critica internazionale, questo scontro è solo la superficie di un sistema più vasto, in cui si intrecciano paranoia digitale, teorie del complotto, tensioni razziali e fratture ideologiche .
Aster costruisce così una satira della contemporaneità americana che, nelle letture più favorevoli – come quella della stampa francese – assume i contorni di una “favola nera e cinica” sulla disgregazione di un intero Paese . Il film procede per accumulo, stratificando conflitti fino a trasformare la provincia americana in un laboratorio di isterie collettive, dove ogni identità si frantuma e ogni verità si relativizza.
Eppure è proprio qui che il film si incrina.
Se da un lato Eddington ambisce a essere il grande affresco della crisi americana – con evidenti richiami ai fratelli Coen e a un immaginario lynchiano, come sottolineato dalla critica francese – dall’altro fatica a controllare il proprio materiale. Molte recensioni angloamericane uscite a Cannes hanno insistito su questo squilibrio: un’opera percepita come “laboriosa e autoimportante”, incapace di dare coerenza al proprio discorso . Anche parte della critica italiana ha parlato di un film “sconclusionato” e incapace di gestire il registro grottesco .
È una tensione che attraversa tutto il film.
Aster vuole essere insieme cronista e moralista, satirico e tragico, politico e paranoico. Ma invece di fondere questi livelli, li lascia collidere. Ne deriva un oggetto instabile, che procede per esplosioni successive: prima il racconto realistico della pandemia, poi la deriva surreale e splatter, infine una specie di allucinazione apocalittica che sembra voler inglobare ogni cosa.
E tuttavia, proprio in questa eccedenza, Eddington trova anche la sua forza più disturbante.
Perché il film non si limita a raccontare la confusione: la mette in scena, la incorpora nella propria forma. Come osservato da alcuni critici americani, è un’opera che sembra progettata per essere divisiva, quasi a replicare la frattura che descrive . Non offre un punto di vista stabile, né una sintesi morale; al contrario, espone lo spettatore a un flusso continuo di discorsi incompatibili, di immagini che si contraddicono, di verità che si dissolvono.
In questo senso, il film è meno un racconto che un sintomo.
Resta allora la sensazione di un cinema che, pur perdendo il controllo, non rinuncia alla propria urgenza. Eddington è un’opera eccessiva, diseguale, a tratti esasperante, ma anche necessaria nel suo tentativo di afferrare un presente che sfugge a ogni forma. Un western senza eroi, una satira senza bersaglio univoco, un affresco politico senza consolazione.
Un film che, nel bene e nel male, non cerca equilibrio ma attrito — e proprio per questo continua a interrogare, anche quando sembra fallire.
