Cannes 78 | Dossier 137, di Dominik Moll

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C’è un momento, in Dossier 137, in cui l’immagine si inceppa: un frame sgranato, un corpo che cade, una traiettoria che non torna. È lì che il film di Dominik Moll trova la sua forma più compiuta: nell’ossessione per il dettaglio, nella ricostruzione chirurgica di un gesto che diventa sistema, nella tensione tra ciò che si vede e ciò che si decide di non vedere.

Moll prosegue il suo percorso dentro le zone grigie della giustizia – già al centro de La nuit du 12 – con un polar che abbandona ogni compiacimento spettacolare per aderire a una materia incandescente: le violenze della polizia durante le proteste dei gilet gialli. Il risultato è un film teso, rigoroso, implacabile, che trova nella procedura il suo dispositivo drammaturgico principale. L’indagine condotta dall’ispettrice dell’IGPN diventa un lento scavo, fatto di testimonianze reticenti, immagini di sorveglianza, pixel da decifrare, in una progressione che ha qualcosa di quasi forense, “in tempo reale”, come osservato anche dalla critica anglosassone.

È qui che Dossier 137 rivela la sua natura più radicale: non tanto un film sulla verità, quanto sul processo – faticoso, ambiguo, spesso frustrante – che dovrebbe condurvi. Un cinema dell’attrito, che mette in scena la resistenza delle istituzioni a lasciarsi interrogare, e quella, speculare, di chi continua ostinatamente a farlo.

Al centro, una figura che si impone senza mai alzare la voce: Léa Drucker. La sua Stéphanie è tutta giocata in sottrazione, nei silenzi, negli sguardi che registrano e trattengono. Una presenza che attraversa il film come una linea di tensione costante, capace di incarnare il conflitto tra appartenenza e giustizia, tra etica professionale e coscienza individuale. Non è un caso che molta critica, anche americana, riconosca proprio nella sua interpretazione il cuore emotivo del film.

Il dispositivo è quello del procedural, ma Moll lo piega a una riflessione più ampia: sull’immagine come prova e come inganno, sulla verità come costruzione collettiva, sulla frattura tra centro e periferia, tra Stato e cittadini. Se alcune letture hanno sottolineato una certa tendenza alla semplificazione morale , è anche vero che questa apparente linearità contribuisce alla forza frontale del racconto, alla sua volontà di non eludere mai il nodo politico.

Dossier 137 è, in definitiva, un ottimo polar: chirurgico nella messa in scena, appassionato nella sua urgenza civile, implacabile nel seguire fino in fondo le implicazioni del proprio sguardo. Un film che non cerca scorciatoie emotive, ma insiste, scava, interroga. E che trova nella sua protagonista – e nella strepitosa interpretazione di Léa Drucker – la misura esatta del proprio rigore morale.

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